Uomini in rivolta
Non sono certo le vetrine infrante degli istituti bancari occidentali a rivelarci il profilo delle vittime di questa drôle de guerre stradaiola incistatasi nella coda dell’attuale crisi finanziaria. Le banche soffrono ma sopravviveranno insieme con l’insostituibilità del sistema creditizio. Leggi Circo Massimo per leader minimi

Non sono certo le vetrine infrante degli istituti bancari occidentali a rivelarci il profilo delle vittime di questa drôle de guerre stradaiola incistatasi nella coda dell’attuale crisi finanziaria. Le banche soffrono ma sopravviveranno insieme con l’insostituibilità del sistema creditizio. E i casseur altermondisti sono ormai un fenomeno violento, sì, ma inquadrabile nella scenografia di ogni appuntamento fra i così detti grandi della Terra. Come il G20 trascorso e il G8 in arrivo. Gli spaccavetrine rappresentano la felicità dei gruppi assicurativi, danno lavoro a poliziotti e avvocati. Altra cosa è il mondo del lavoro precario (non soltanto giovanile) che sta pagando e pagherà in prospettiva il costo sociale più elevato nella ristrutturazione in corso del capitale finanziario e d’impresa. A parte rare circostanze, come in Campania, i disoccupati italiani conservano un atteggiamento cauto e non s’intravede nell’immediato alcuna emergenza di ordine pubblico.
Tuttavia dalla fine dell’estate le cose potrebbero peggiorare e contorcersi malamente. Il problema comincia a riguardarci da vicino ed è ben presente nel discorso di propaganda con il quale la Cgil e molte autorevoli anime del Partito democratico, da Franceschini a D’Alema, oggi sfilano in piazza a Roma per una protesta generica dalla coloritura più preventiva che costruttiva.
Non è detto che quella dei manifestanti piddini sia una cattiva idea, a patto che il tentativo di non abbandonare a se stessa la Cgil si accompagni alla volontà di oltrepassare l’irresolutezza massimalista di Epifani e alla responsabilità di dare un corpo “istituzionale” a una protesta generalizzata che potrebbe altrimenti scaricarsi per altre vie.
Non è detto che quella dei manifestanti piddini sia una cattiva idea, a patto che il tentativo di non abbandonare a se stessa la Cgil si accompagni alla volontà di oltrepassare l’irresolutezza massimalista di Epifani e alla responsabilità di dare un corpo “istituzionale” a una protesta generalizzata che potrebbe altrimenti scaricarsi per altre vie.
Le vie della rivolta, che sono il succedaneo cieco di ogni grave esasperazione nel mercato del lavoro, con in più, nel caso presente, l’assenza aggravante di qualsiasi rivendicazione morale derivata da un progetto politico. L’Italia di questi mesi è particolarmente esposta al paradosso di avere una maggioranza smisurata nella quale vengono presidiati anche contenuti e sfere d’influenza pertinenti all’opposizione, dai temi economici a quelli bioetici. La minoranza intanto insegue col fiato grosso le pulsioni autarchiche della Cgil e sbanda perfino nella definizione e collocazione di se stessa. Invece proprio adesso c’è bisogno di un’area progressista nazionale riconoscibile, alternativa al berlusconismo e che sfidi il centrodestra sulla tenuta dello stato sociale e delle politiche per il lavoro. Prima che il lavoro perda la testa.